Negli ultimi trent’anni ho condotto molte centinaia di seminari e degustazioni di Grappa sia in Italia che all’estero. Ogni esperienza è unica e irripetibile e mi impegno sempre affinché chi partecipa all’incontro ne esca con la sensazione di avere investito bene il suo tempo.
Qualche volta ci sono una dozzina di persone, spesso una ventina (ventiquattro secondo me è il numero ideale), meno spesso una cinquantina. Solo in Giappone mi capita sempre di vedere più di cento partecipanti ad ogni seminario, per di più ognuno paga 5.000 yen (circa 50 euro) per prendere parte all’evento. Le prenotazioni iniziano tre mesi prima e con due mesi di anticipo sappiamo già quante persone parteciperanno. Di solito le defezioni sono al massimo due ogni cento prenotazioni e chi non può venire lo comunica per tempo scusandosi.
Sia a Tokio che a Osaka che a Nagoya ho visto arrivare le persone fin dalle 13,30, ben mezz’ora prima dell’inizio della presentazione. Ognuno ha preso posto e ha atteso tranquillo seduto leggendo il materiale informativo che avevamo preparato per l’occasione. Alle 14 e zero zero il presidente della Associazione Sommelier di quella regione ha dato il benvenuto agli ospiti e mi ha presentato. Dopo due minuti ho iniziato a parlare di Grappa e a far degustare 8 acquaviti diverse, spiegandone le caratteristiche e le peculiarità.
Alle 15,30 la presentazione è finita. Durante tutto il tempo dell’incontro ho visto ristoratori, sommelier, giornalisti, enotecari, baristi, distributori, agenti, ascoltare con attenzione, prendere appunti, annusare e degustare con zelo. Nessuno si è alzato finché parlavo, non ha mai squillato un telefonino, chi voleva fare domande ha alzato la mano.
Proprio un altro mondo, abituato come sono altrove a sentirmi dire da chi organizza l’evento “aspettiamo dieci minuti, stanno arrivando altre due persone” oppure “mi ha appena telefonato Tizio che non può venire perché il cuoco gli è andato via, gli sono arrivate tre prenotazioni e la cameriera è rimasta incinta ieri sera…”.
Alla fine della degustazione nessuno corre via, tutti si avvicinano al tavolo dove si può assaggiare liberamente qualche altra Grappa, seguono immancabili gli scambi di biglietti da visita, le foto ricordo e le firme sulle bottiglie.
Ma perché i Giapponesi sono così interessati alla Grappa?
Da quanto ho avuto modo di capire parlando con alcuni ospiti, molti ristoratori Giapponesi trovano che la Grappa si abbini perfettamente alla cucina del loro paese. Non sono un esperto di cucina nipponica e, pur avendo gustato numerosi piatti in tanti bei ristoranti, non sarei ancora in grado di distinguere il Sushi dall’Onigiri né di dare un nome alle varietà di verdure e di spezie che si trovano nei variopinti mercati del paese del sol levante.
Devo dire però che se il Sake (“vino” ottenuto dalla fermentazione del riso) si abbina perfettamente alla cucina giapponese, il Shōchū (il distillato da orzo, patate dolci o di riso fatto in Giappone) è un po’ scialbo, sembra un sake robusto, ma certo non dà la soddisfazione che ci si aspetta da un digestivo a fine pasto.
Ecco forse che oltre ai già famosi whisky e cognac, anche l’italianissima Grappa si sta facendo apprezzare come fine pasto degno di piatti dal gusto ricco e intrigante quali quelli Giapponesi.
Mi rimane un dubbio: se venisse in Italia un produttore Giapponese a presentare il proprio Sake o il proprio Shōchū, ci sarebbero più di 100 ristoratori, sommelier e enotecari interessati ad approfondirne la conoscenza? Me lo auguro, perché ne varrebbe la pena. Nel caso, mi raccomando, siate puntuali.
Potete vedere qui il racconto fotografico del viaggio.
Jacopo Poli

Lascia un commento